politica
Come si misura un governo?
Conte e Meloni hanno governato Italie diverse, con maggioranze diverse e davanti a crisi diverse. Confrontare i loro risultati richiede qualcosa di più di una tabella di indicatori.
Giuseppe Conte e Giorgia Meloni rappresentano due esperienze politiche molto diverse.
Conte arrivò a Palazzo Chigi nel 2018 alla guida di una maggioranza formata da Movimento 5 Stelle e Lega. Poco più di un anno dopo si trovò a presiedere un secondo governo sostenuto da una coalizione quasi opposta, composta principalmente da Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e LeU. Nel mezzo arrivò la pandemia.
Meloni è arrivata al governo dopo le elezioni del 2022 alla guida di una coalizione che aveva chiesto insieme il voto agli elettori e disponeva di una maggioranza parlamentare chiara. Il suo governo è diventato uno dei più longevi della storia repubblicana.
La tentazione è mettere accanto alcuni numeri — PIL, occupazione, debito, pressione fiscale, immigrazione — e stabilire chi abbia governato meglio.
Ma sarebbe un confronto molto meno oggettivo di quanto sembri.
Per giudicare un governo dobbiamo prima rispondere a una domanda più difficile:
quanto di ciò che osserviamo durante un governo può essere ragionevolmente attribuito a quel governo?
È la domanda da cui nasce questa serie.
Il problema del punto di partenza
Nessun governo parte da zero.
Quando Conte arriva a Palazzo Chigi nel 2018 eredita un’economia che ha già attraversato una lunga e difficile uscita dalla crisi finanziaria e dalla crisi del debito europeo. L’Italia è tornata a crescere, ma lentamente, con un debito pubblico elevato, una produttività debole e problemi strutturali che precedono di molti anni il suo governo.
Quando Meloni arriva nel 2022 trova un Paese completamente diverso.
L’Italia è uscita dalla recessione eccezionale provocata dalla pandemia e sta ancora beneficiando della forte ripresa successiva. Ha a disposizione il PNRR, finanziato attraverso NextGenerationEU, ma affronta contemporaneamente inflazione, crisi energetica, guerra in Ucraina e successivamente un quadro geopolitico sempre più instabile.
Attribuire a Conte tutto ciò che accade tra il 2018 e il 2021 o a Meloni tutto ciò che accade dopo ottobre 2022 confonderebbe quindi una coincidenza temporale con una responsabilità politica.
Governare significa ricevere un bilancio già aperto.
Dentro ci sono attività e passività.
Il problema dell’eredità
Il PNRR italiano è un esempio particolarmente evidente.
Il governo Conte II svolse un ruolo centrale nel negoziato europeo che portò alla nascita di NextGenerationEU e alla possibilità per l’Italia di accedere a risorse straordinarie. L’Italia ottenne la maggiore dotazione complessiva del programma europeo.
Questo risultato appartiene alla legacy politica del governo Conte.
Ma ottenere le risorse non equivale a spenderle bene.
La definizione operativa del Piano, le riforme collegate, le revisioni, l’esecuzione dei progetti e la capacità di trasformare quelle risorse in infrastrutture e crescita attraversano i governi successivi.
Un metodo ragionevole deve quindi essere capace di attribuire separatamente:
l’ottenimento di una risorsa, la sua progettazione, la sua gestione e il risultato finale.
Altrimenti rischiamo l’errore opposto: attribuire a un governo risultati prodotti da decisioni precedenti semplicemente perché diventano visibili durante il suo mandato.
Lo stesso principio deve valere per le passività.
Se una decisione presa oggi produce un costo tra cinque anni, il governo che si troverà a contabilizzarlo non ne diventa automaticamente il responsabile.
Ma se quel governo dispone nel frattempo delle informazioni e degli strumenti necessari per correggere il problema e decide di non farlo, nasce una responsabilità nuova.
Il tempo, quindi, non cancella la responsabilità: la distribuisce.
Non basta confrontare Italia 2019 e Italia 2025
C’è un secondo problema.
Immaginiamo che durante un determinato governo il PIL italiano cresca dell’1%.
È un buon risultato?
Se nello stesso periodo Francia, Germania e Spagna sono ferme, probabilmente sì.
Se economie comparabili crescono del 3%, il giudizio cambia.
Per questo utilizzeremo, quando possibile, un confronto esterno.
La Spagna è particolarmente interessante. È un grande Paese dell’Europa meridionale, appartiene all’euro, ha attraversato pandemia, crisi energetica e aumento dei tassi nello stesso periodo e ha ricevuto anch’essa una quota molto rilevante di NextGenerationEU.
Non è un esperimento di laboratorio. Italia e Spagna hanno strutture economiche, demografiche e istituzionali differenti.
Ma il confronto aiuta a rispondere a una domanda fondamentale:
quanto del risultato italiano è specificamente italiano e quanto appartiene al contesto europeo?
È una forma imperfetta, ma utile, di normalizzazione.
Le promesse fanno parte del risultato
Esiste poi una dimensione che le statistiche economiche non catturano.
Un politico non arriva al governo soltanto con un programma amministrativo. Arriva dopo avere chiesto il voto promettendo determinate azioni.
Quelle promesse devono entrare nel giudizio.
Non tutte hanno lo stesso peso. Una modifica marginale della normativa e una grande riforma fiscale non possono contare allo stesso modo.
Ma soprattutto non possiamo considerare la complessità dell’iter necessario come un’attenuante automatica.
Se un partito promette una riforma costituzionale, un referendum o una misura che richiede un complesso negoziato europeo, quella difficoltà era in larga misura conoscibile nel momento in cui la promessa è stata formulata.
La fattibilità fa parte della responsabilità di promettere.
Il contesto può naturalmente cambiare. Una pandemia, una guerra o una crisi finanziaria possono rendere ragionevole abbandonare una promessa.
Ma in quel caso il giudizio deve cambiare domanda: non più soltanto “è stata mantenuta?”, ma “esisteva una ragione sufficiente per modificarla?”.
Non tutti governano con lo stesso potere
Anche questo confronto sarebbe però incompleto senza considerare un’altra variabile: quanto potere politico aveva realmente a disposizione chi governava?
Conte I nasce dall’accordo tra Movimento 5 Stelle e Lega.
Conte II nasce dall’accordo tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e altre forze parlamentari dopo la rottura della precedente maggioranza.
Sono due coalizioni diverse, costruite in Parlamento e caratterizzate da compromessi politici importanti.
Meloni arriva invece a Palazzo Chigi come leader della coalizione che ha vinto le elezioni del 2022, con una maggioranza parlamentare stabile.
Questo non significa che la longevità del suo governo costituisca automaticamente un merito.
La stabilità è, almeno in parte, una condizione politica ricevuta dagli elettori.
Allo stesso modo, la precarietà dei governi Conte non può essere letta semplicemente come incapacità personale di governare: era anche una caratteristica delle maggioranze disponibili.
Ma da questa differenza deriva una conseguenza importante.
Maggiore potere implica maggiore responsabilità.
Un governo che dispone di una maggioranza coerente e stabile ha, a parità di condizioni, maggiore capacità di trasformare le proprie promesse in leggi e politiche.
E quindi meno attenuanti quando non lo fa.
Anche le crisi devono essere pesate
Conte affronta lo shock più violento del periodo: la pandemia del Covid-19.
Meloni governa invece durante la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’inflazione e un deterioramento progressivo del quadro geopolitico.
Non avrebbe senso attribuire meccanicamente ai governi gli effetti economici di questi eventi.
Ma neppure possiamo cancellare completamente la responsabilità politica invocando lo “shock esterno”.
Un governo non decide se una pandemia debba esistere.
Decide come rispondervi.
Non decide da solo il prezzo internazionale del gas.
Può però decidere quali misure adottare, quali alleanze costruire, quali costi distribuire e quali priorità finanziare.
Dobbiamo quindi distinguere:
lo shock, che può essere esterno, dalla risposta, che è politica.
Risultati e costi
Infine, una politica non può essere valutata soltanto attraverso il beneficio che produce.
Bisogna chiedersi quanto è costata.
Creare occupazione attraverso una misura che genera una passività enorme non equivale a creare la stessa occupazione con un costo molto inferiore.
Ridurre un’imposta finanziandola interamente a debito non equivale a ridurla attraverso una diminuzione strutturale della spesa.
Un investimento pubblico può invece aumentare il debito nel breve periodo e creare infrastrutture che producono valore per decenni.
Per questo non cercheremo soltanto risultati.
Cercheremo, quando i dati lo permettono, risultati rispetto alle risorse utilizzate e alle conseguenze lasciate nel tempo.
È qui che entra la legacy.
Un metodo, non una classifica
Possiamo allora costruire una griglia per il confronto.
Per ogni grande tema proveremo a osservare:
Punto di partenza → Promessa → Potere disponibile → Decisione → Contesto esterno → Risultato → Costo → Responsabilità → Legacy
Non sempre riusciremo a misurare ogni elemento.
E non trasformeremo necessariamente tutto in un punteggio.
La trasparenza istituzionale, la credibilità internazionale o la responsabilità politica davanti a un caso giudiziario non possono essere ridotte seriamente a “+2” o “-3”.
Ma possiamo dichiarare il criterio utilizzato e applicarlo allo stesso modo ai casi comparabili.
Questo è più importante dell’equidistanza.
Usare lo stesso metro non significa arrivare sempre a metà strada.
Può accadere che su un tema le evidenze favoriscano chiaramente Conte e su un altro Meloni.
Può anche accadere che una convinzione iniziale non sopravviva alla verifica.
È precisamente ciò che vogliamo scoprire.
Da qui partiamo
Nei prossimi due articoli applicheremo questo metodo a casi concreti.
Il primo sarà il Superbonus: una misura concepita durante il governo Conte, modificata sotto Draghi e progressivamente smantellata sotto Meloni, che permette di osservare quasi perfettamente come benefici, costi e responsabilità possano attraversare governi differenti.
Successivamente confronteremo Conte e Meloni attraverso alcuni dei principali risultati economici, sociali e politici dei loro governi, cercando quando possibile di normalizzarli rispetto al contesto europeo e alla Spagna.
Non cercheremo di stabilire chi “vince” contando semplicemente indicatori favorevoli e sfavorevoli.
Cercheremo qualcosa di più difficile:
capire quali risultati possono davvero essere attribuiti alle decisioni di chi governava.
Perché prima di giudicare un governo bisogna decidere cosa significhi governare bene.
E, soprattutto, come intendiamo misurarlo.
In sintesi
- Un governo deve essere valutato rispetto alle condizioni che eredita, non come se partisse da zero.
- Un risultato osservato durante un mandato non è automaticamente merito o responsabilità del governo in carica.
- Le promesse elettorali contano, compresa la loro fattibilità prevedibile al momento in cui vengono formulate.
- La capacità di mantenere le promesse deve essere valutata anche rispetto al potere parlamentare realmente disponibile.
- Gli shock esterni vanno separati dalle decisioni prese per affrontarli.
- I confronti con paesi simili, in particolare la Spagna, possono aiutare a distinguere il contesto generale dalla componente specificamente italiana.
- Costi, benefici e legacy possono manifestarsi sotto governi diversi e la responsabilità può quindi essere distribuita nel tempo.
- Lo stesso metodo deve essere applicato alle conclusioni che ci piacciono e a quelle che non ci piacciono.
Cosa non sappiamo
Nessun confronto tra governi può isolare perfettamente l’effetto delle singole decisioni politiche.
Italia e Spagna, pur essendo utili per il confronto, non sono economie identiche. Le politiche producono inoltre effetti con ritardi differenti e spesso interagiscono con decisioni europee, dinamiche internazionali e misure adottate dai governi precedenti.
Le attribuzioni di responsabilità che faremo nella serie devono quindi essere interpretate come valutazioni basate sulle migliori evidenze disponibili, non come esperimenti causali perfetti.
Fonti e dati
Questa sezione verrà completata durante la verifica finale dell’articolo.
Le fonti prioritarie saranno:
- ISTAT
- Eurostat
- Banca d’Italia
- Commissione europea
- Ministero dell’Economia e delle Finanze
- documenti parlamentari e normativi
- programmi elettorali originali
- documentazione ufficiale PNRR / NextGenerationEU
Per le affermazioni storiche e politiche verranno aggiunte fonti primarie o fonti giornalistiche affidabili quando necessario.