politica
Meloni alla prova dei risultati
Occupazione, salari, fisco, immigrazione, sicurezza e politica estera: quasi quattro anni di governo permettono di confrontare le promesse con ciò che è realmente accaduto.
Quasi quattro anni sono un periodo sufficientemente lungo per iniziare a distinguere una campagna elettorale da un’esperienza di governo.
Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nell’ottobre 2022 in una situazione politica molto diversa da quella affrontata da Giuseppe Conte.
Non ha dovuto costruire una maggioranza tra partiti che si erano presentati come avversari. La coalizione di centrodestra aveva chiesto insieme il voto agli elettori e disponeva di numeri parlamentari sufficienti per governare.
Questa stabilità non è, di per sé, un risultato del governo.
È innanzitutto una condizione politica prodotta dalle elezioni.
Ma proprio per questo aumenta la responsabilità.
Un governo che dispone di una maggioranza relativamente solida ha meno attenuanti quando una promessa non viene realizzata e maggiore capacità di trasformare le proprie priorità in leggi e politiche pubbliche.
La domanda quindi non è quanto sia durato il governo Meloni.
È:
che cosa ha fatto del potere politico che gli elettori gli hanno consegnato?
Occupazione: il risultato più forte
Il mercato del lavoro rappresenta probabilmente il dato più favorevole del periodo Meloni.
Nella media del 2025 gli occupati aumentano di circa 185.000 unità rispetto all’anno precedente.
Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni raggiunge il 62,5%, mentre la disoccupazione scende al 6,1%.
Non si tratta soltanto di occupazione temporanea.
Una parte importante della crescita riguarda i dipendenti a tempo indeterminato e gli autonomi, mentre diminuisce il lavoro a termine.
È quindi difficile sostenere che il miglioramento del mercato del lavoro sia semplicemente un’illusione statistica.
Il risultato esiste.
Attribuirlo interamente al governo sarebbe però altrettanto scorretto.
L’aumento dell’occupazione italiana comincia prima dell’ottobre 2022 e si inserisce nella ripresa post-pandemica, negli investimenti del PNRR, nella forte attività delle costruzioni e in una dinamica demografica che riduce progressivamente la popolazione in età lavorativa.
Una parte della crescita osservata sotto Meloni è quindi anche legacy delle condizioni e degli investimenti ereditati.
Questo non cancella il risultato.
Ne limita l’attribuzione.
Il confronto europeo ridimensiona il successo
Esiste inoltre un problema strutturale che il record nazionale può nascondere.
Utilizzando la definizione europea 20-64 anni, nel 2025 il tasso di occupazione italiano raggiunge il 67,6%.
È però ancora il più basso dell’Unione europea.
La media UE supera il 76%.
Quindi possono essere vere contemporaneamente due affermazioni:
l’Italia non aveva mai avuto così tanti occupati;
e
continua ad avere uno dei più grandi deficit occupazionali d’Europa.
È un buon esempio del perché un record storico nazionale non sia sufficiente per giudicare una politica.
Giovani: il punto debole
Il quadro diventa ancora meno favorevole quando guardiamo alle generazioni più giovani.
La crescita complessiva dell’occupazione è stata trainata in misura rilevante dalle classi di età più elevate.
Questo dipende anche dalla demografia: gli italiani invecchiano e rimangono più a lungo nel mercato del lavoro.
Tra i giovani, invece, il divario europeo rimane molto ampio.
La questione non è soltanto quanti posti di lavoro vengono creati, ma se permettano a un giovane di costruire una vita autonoma.
Un Paese può aumentare contemporaneamente:
- il numero degli occupati;
- l’età media degli occupati;
- la difficoltà dei giovani a entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
Per questo il dato aggregato non basta.
Salari: recuperare non significa aver recuperato
Anche qui troviamo due storie vere nello stesso momento.
Nel 2024 e nel 2025 le retribuzioni contrattuali tornano a crescere più rapidamente dell’inflazione.
È una buona notizia.
Ma il recupero arriva dopo la fortissima perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione del 2022-23.
A settembre 2025 le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora circa l’8,8% inferiori ai livelli di gennaio 2021.
Dire che i salari stanno recuperando è quindi corretto.
Dire che il problema salariale sia stato risolto non lo è.
Questa distinzione è particolarmente importante perché l’occupazione può crescere senza produrre un miglioramento equivalente del benessere delle famiglie.
Povertà: il lavoro non basta
Nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone risultano in povertà assoluta.
Sono circa il 9,8% della popolazione.
La quota è sostanzialmente stabile rispetto al 2023.
Nel 2025 alcuni indicatori di rischio di povertà o esclusione sociale mostrano invece un miglioramento, anche grazie alla maggiore intensità lavorativa.
Il quadro quindi non è di un peggioramento generalizzato.
Ma neppure di una svolta.
Questo pone una domanda importante:
perché una crescita significativa dell’occupazione produce un miglioramento molto più limitato nelle condizioni economiche delle famiglie più vulnerabili?
Una parte della risposta è nei salari.
Una parte nel costo dell’abitazione e dei beni essenziali.
Una parte nella composizione delle famiglie e nelle fortissime differenze territoriali.
Il numero degli occupati rimane fondamentale.
Ma non è una misura sufficiente del benessere.
Natalità: il problema continua
La demografia rappresenta forse il test più difficile per un governo che ha fatto della famiglia e della natalità uno dei propri temi identitari.
Le nascite continuano a diminuire.
Questo non significa che la responsabilità sia automaticamente di Meloni.
La denatalità italiana precede di decenni il suo governo ed è legata a fattori strutturali: età al primo figlio, precarietà, costo delle case, servizi per l’infanzia, partecipazione femminile al lavoro e soprattutto diminuzione del numero di donne nelle età più fertili.
Ma proprio per questo una politica natalista deve essere giudicata sui risultati nel medio periodo, non sulla quantità di retorica dedicata alla famiglia.
Per ora non si osserva un’inversione della tendenza.
Pressione fiscale: ridurre alcune imposte non significa ridurre le tasse
Il governo Meloni ha introdotto interventi fiscali reali.
La riduzione del cuneo contributivo e la revisione dell’IRPEF hanno aumentato il reddito disponibile di molti lavoratori.
Ma questo non equivale automaticamente a una diminuzione della pressione fiscale complessiva.
La pressione fiscale aggregata è rimasta elevata e nel 2025 è salita ulteriormente.
Qui emerge una distinzione importante:
una famiglia può pagare meno IRPEF mentre lo Stato raccoglie complessivamente una quota maggiore del PIL attraverso imposte e contributi.
Le due cose non sono contraddittorie.
Ma rendono difficile presentare il periodo come una riduzione generalizzata del peso fiscale.
E le accise sui carburanti?
Questo è uno dei casi in cui il confronto tra comunicazione politica e azione di governo è particolarmente semplice.
Per anni Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno utilizzato il peso delle accise sul prezzo dei carburanti come argomento politico.
Una volta al governo, però, quelle accise non sono state abolite.
La complessità finanziaria non può essere utilizzata come attenuante assoluta.
Le accise producevano un gettito molto elevato anche quando venivano criticate dall’opposizione.
Questa informazione era disponibile.
Se una promessa implica rinunciare a miliardi di entrate pubbliche, la sostenibilità della rinuncia fa parte della qualità della promessa stessa.
Questo non significa che un governo non possa cambiare posizione.
Significa che dovrebbe spiegare chiaramente perché lo fa.
Immigrazione: un risultato quantitativo importante
L’immigrazione irregolare è un altro terreno sul quale il governo Meloni deve essere giudicato con numeri, non soltanto con slogan.
Nel 2023 gli sbarchi sulle coste italiane arrivano a circa 158.000.
Nel 2024 scendono a circa 67.000.
Nel 2025 rimangono sostanzialmente sullo stesso ordine di grandezza.
La riduzione rispetto al picco del 2023 è quindi molto grande e non può essere liquidata come semplice rumore statistico.
Sul numero degli arrivi via mare il miglioramento è reale.
Attribuirlo interamente alle politiche italiane sarebbe però eccessivo.
I flussi dipendono anche dalla situazione in Tunisia e Libia, dagli accordi europei, dall’attività delle autorità locali, dalle rotte utilizzate dai trafficanti e dalle condizioni geopolitiche nei Paesi di origine.
Il giudizio più prudente è quindi:
il governo ha contribuito a una strategia che coincide con una forte riduzione degli sbarchi rispetto al 2023, ma non disponiamo di un controfattuale che permetta di attribuire tutta la variazione a Palazzo Chigi.
Albania: misurare anche l’efficienza
La politica migratoria non può però essere giudicata soltanto dal numero degli sbarchi.
Il progetto dei centri italiani in Albania rappresenta un altro tipo di test.
Qui la domanda deve essere:
quanto è costato, quante persone ha effettivamente gestito e quale risultato ha prodotto rispetto alle alternative?
Una politica può essere coerente con una promessa elettorale e contemporaneamente risultare poco efficiente.
Per A Conti Fatti, il rispetto della promessa e l’efficacia della misura sono due variabili differenti.
Sicurezza: attenzione alle percentuali
La sicurezza è un settore nel quale è particolarmente facile costruire narrazioni utilizzando numeri veri.
Gli omicidi volontari in Italia sono nell’ordine di poche centinaia all’anno.
Nel 2024 ISTAT registra 327 vittime, contro 334 nel 2023.
È una diminuzione.
Ma parlare enfaticamente di una grande variazione percentuale sarebbe fuorviante: con numeri assoluti così bassi, poche decine di casi producono variazioni percentuali apparentemente importanti.
Inoltre l’Italia parte già da uno dei tassi di omicidio più bassi d’Europa.
Per valutare la sicurezza servono quindi serie pluriennali e categorie separate:
- omicidi;
- violenze;
- furti;
- rapine;
- reati sessuali;
- criminalità organizzata;
- reati informatici;
- percezione di insicurezza.
Non utilizzeremo un singolo indicatore per dichiarare che “l’Italia è più sicura” o “meno sicura”.
NATO: rispettare un impegno, ma a quale costo?
La politica estera e di difesa è uno dei campi nei quali il governo Meloni ha mostrato maggiore continuità atlantica.
L’Italia ha portato la propria spesa per la difesa verso gli obiettivi concordati in sede NATO.
Nel 2025 tutti gli alleati raggiungono almeno il precedente riferimento del 2% del PIL.
Ma nello stesso anno la NATO approva un obiettivo molto più ambizioso: entro il 2035 gli alleati si impegnano a destinare complessivamente il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza, di cui almeno il 3,5% alla difesa in senso stretto.
Rispettare un impegno internazionale è un risultato.
Ma non elimina la domanda sul costo opportunità.
Ogni punto di PIL destinato alla difesa non può essere speso contemporaneamente per sanità, istruzione, riduzione del debito o riduzione delle imposte.
Il giudizio non può quindi fermarsi a:
“l’Italia rispetta gli impegni NATO”.
Deve chiedere:
quale livello di spesa produce una sicurezza aggiuntiva proporzionata al suo costo?
La Spagna mostra che esiste anche una dimensione negoziale
Il confronto con la Spagna è utile proprio perché Madrid condivide molte delle esigenze di sicurezza dell’Italia ma ha assunto una posizione più conflittuale sulla traiettoria della spesa.
Nel 2025 la Spagna porta rapidamente la propria spesa verso il 2% del PIL, ma sostiene che un livello vicino a quello sia sufficiente per raggiungere i propri obiettivi di capacità.
L’Italia sceglie una linea più accomodante verso il nuovo quadro NATO.
Non possiamo sapere oggi quale strategia sarà migliore nel 2035.
Ma il confronto dimostra che l’alternativa non è necessariamente tra “rispettare la NATO” e “abbandonare la NATO”.
Esiste anche una terza possibilità:
negoziare più duramente la distribuzione degli oneri all’interno dell’Alleanza.
La qualità di una politica estera si misura anche nella capacità di ottenere compromessi favorevoli.
2025: Meloni costruisce un accesso privilegiato a Trump
Il rapporto con Donald Trump è probabilmente il caso più interessante per valutare questa capacità diplomatica.
Nel 2025 Meloni riesce a costruire un rapporto personale e politico particolarmente stretto con il presidente americano.
È l’unico capo di governo europeo presente alla sua inaugurazione.
Nell’aprile 2025 viene ricevuta alla Casa Bianca e Stati Uniti e Italia pubblicano una dichiarazione congiunta che riafferma la partnership strategica tra i due Paesi.
In una fase nella quale i rapporti tra Washington e molte capitali europee sono difficili, avere accesso diretto al presidente americano è un asset diplomatico reale.
Ma l’accesso non è ancora influenza.
Per misurare il successo dobbiamo osservare cosa l’Italia riesce a ottenere grazie a quel rapporto.
2026: l’Iran sottopone quel rapporto a uno stress test
La guerra contro l’Iran cambia il quadro.
L’Italia non sostiene l’intervento militare americano nella stessa forma auspicata da Washington.
Il governo nega l’autorizzazione ad alcune richieste operative americane relative alla base di Sigonella.
Successivamente autorizza attività tecniche e logistiche non cinetiche da basi presenti sul territorio italiano, sostenendo però di non aver consentito l’utilizzo dell’Italia per attacchi diretti.
La distinzione è importante.
Dire che l’Italia non ha avuto alcun ruolo sarebbe troppo forte.
Dire che ha partecipato direttamente ai bombardamenti sarebbe, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, altrettanto ingiustificato.
La controversia aumenta quando il segretario generale della NATO Mark Rutte parla pubblicamente di centinaia di aerei statunitensi partiti dalle basi in Italia per sostenere le operazioni.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto contesta questa rappresentazione e ribadisce che Roma ha autorizzato soltanto attività tecniche e logistiche non cinetiche.
La vicenda lascia quindi anche una questione di trasparenza che merita di essere seguita.
Da alleata privilegiata a interlocutrice critica
Le divergenze sull’Iran producono un deterioramento visibile del rapporto personale Meloni-Trump.
Marco Rubio critica la riluttanza degli alleati europei a sostenere più direttamente la strategia americana.
Trump arriva successivamente a criticare pubblicamente Meloni.
Nel luglio 2026 la stessa presidente del Consiglio riconosce l’esistenza delle tensioni, pur difendendo la scelta di avere investito politicamente nel rapporto con Washington.
Questo non significa automaticamente che la strategia sia fallita.
Al contrario, un alleato non dimostra la propria utilità dicendo sempre di sì.
Ma offre un test molto più serio della fotografia del 2025.
Il rapporto con gli Stati Uniti dovrebbe essere misurato attraverso tre variabili:
accesso, influenza e autonomia.
Meloni ha dimostrato un accesso eccezionale.
È meno chiaro quanto questo accesso si sia tradotto in capacità di influenzare Washington.
Sul terzo punto, l’Iran mostra invece che il governo è stato disposto a mantenere una certa autonomia anche al costo di deteriorare il rapporto personale con Trump.
Cina: uscire dalla Via della Seta non significa uscire dalla Cina
Anche il rapporto con Pechino richiede più sfumature.
Il governo Meloni decide di non rinnovare il memorandum italiano sulla Belt and Road Initiative.
È una rottura simbolica importante con la scelta effettuata durante il governo Conte I.
Ma non corrisponde a una rottura economica o diplomatica con la Cina.
L’Italia continua a cercare relazioni commerciali con Pechino e a considerare la Cina un interlocutore economico essenziale.
Questo ridimensiona entrambe le narrazioni più semplici.
L’adesione di Conte alla Via della Seta non trasformò l’Italia in un satellite cinese.
L’uscita di Meloni non trasformò l’Italia in un Paese economicamente separato dalla Cina.
La differenza riguarda soprattutto il quadro politico nel quale gestire la stessa interdipendenza economica.
Etica pubblica: una dimensione che il PIL non misura
Rimane infine una dimensione difficile da quantificare ma impossibile da ignorare.
Un governo non gestisce soltanto PIL, occupazione e immigrazione.
Gestisce anche il rapporto tra potere, istituzioni e responsabilità.
I casi che coinvolgono membri del governo o esponenti della maggioranza — dalle vicende Santanchè e Delmastro alle controversie parlamentari sull’accesso a documentazione e comunicazioni — devono essere valutati con cautela.
Un’indagine non equivale a una condanna.
Un’accusa non dimostra una responsabilità penale.
La presunzione d’innocenza non è negoziabile.
Ma la responsabilità politica è una categoria diversa dalla responsabilità penale.
La domanda editoriale non deve quindi essere:
“questa persona è colpevole?”
se non esiste una sentenza che lo stabilisca.
Deve essere:
“quale standard di trasparenza e responsabilità applica la maggioranza ai propri esponenti?”
E soprattutto:
è lo stesso standard che chiedeva agli avversari quando era all’opposizione?
È una domanda legittima indipendentemente dal colore politico del governo.
Stabilità e produzione politica
La durata del governo Meloni merita quindi una lettura meno celebrativa e più utile.
La stabilità è una risorsa.
Permette di programmare.
Riduce il costo delle crisi politiche.
Consente di negoziare con maggiore continuità in Europa.
Ma non è un risultato sufficiente.
Un governo stabile deve essere valutato sulla capacità di utilizzare quella stabilità per produrre riforme, risolvere problemi strutturali e realizzare il programma con cui ha ottenuto la maggioranza.
Allo stesso modo, i governi Conte devono essere valutati tenendo conto della loro minore libertà parlamentare.
Questo non assolve Conte dagli errori.
E non penalizza Meloni per avere una maggioranza migliore.
Significa semplicemente applicare il principio introdotto nel primo articolo:
maggiore capacità di decidere implica maggiore responsabilità sui risultati.
A conti fatti
Dopo quasi quattro anni il bilancio del governo Meloni è più complesso di quello suggerito sia dai sostenitori sia dagli oppositori.
L’occupazione rappresenta un risultato importante.
La riduzione degli sbarchi rispetto al picco del 2023 è altrettanto reale.
La stabilità politica ha dato all’Italia una continuità di governo insolita.
Ma questi risultati convivono con problemi che rimangono molto grandi.
L’occupazione italiana resta bassa rispetto all’Europa, soprattutto nelle componenti più deboli del mercato del lavoro.
I salari reali non hanno ancora recuperato integralmente la perdita degli anni dell’inflazione.
La povertà assoluta rimane elevata.
La natalità continua a diminuire.
La pressione fiscale complessiva non mostra la riduzione che la retorica fiscale del centrodestra poteva far immaginare.
E alcune promesse simbolicamente molto forti, come quelle sulle accise, si sono scontrate con vincoli che erano in larga misura conoscibili già quando venivano formulate.
In politica estera Meloni ha costruito una forte credibilità atlantica e un accesso privilegiato alla Casa Bianca, ma proprio la crisi iraniana ha mostrato i limiti dell’equazione tra vicinanza personale e influenza politica.
La scelta italiana di non sostenere automaticamente ogni richiesta americana mostra, allo stesso tempo, che quella vicinanza non ha eliminato completamente l’autonomia decisionale.
Non emerge quindi un governo facilmente classificabile come successo o fallimento.
Emerge qualcosa di più interessante:
un governo che ottiene alcuni risultati misurabili, ne eredita altri, non riesce ancora a risolvere diversi problemi strutturali e, una volta confrontato con i vincoli del potere, modifica alcune delle posizioni sostenute quando era all’opposizione.
È precisamente per distinguere queste categorie che abbiamo costruito questa serie.
Non per stabilire chi abbia “vinto”.
Ma per capire quanto delle nostre valutazioni politiche sopravviva quando, finalmente, facciamo i conti.
In sintesi
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L’occupazione è uno dei risultati più positivi del periodo Meloni: nella media 2025 gli occupati aumentano di circa 185.000 unità e il tasso di occupazione 15-64 anni raggiunge il 62,5%.
-
Il risultato va però contestualizzato: con la definizione Eurostat 20-64 anni, l’Italia resta nel 2025 il Paese con il tasso di occupazione più basso dell’UE.
-
I salari reali stanno recuperando, ma a settembre 2025 le retribuzioni contrattuali reali erano ancora circa l’8,8% sotto i livelli di gennaio 2021.
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La povertà assoluta interessa nel 2024 circa 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti, senza una significativa riduzione rispetto all’anno precedente.
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La riduzione degli sbarchi dal picco di circa 158.000 del 2023 a circa 67.000 nel 2024 e un livello simile nel 2025 è abbastanza grande da rappresentare un risultato quantitativamente rilevante, pur non essendo interamente attribuibile al governo.
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Sulla sicurezza è preferibile utilizzare serie pluriennali e valori assoluti: 327 omicidi nel 2024 contro 334 nel 2023 non giustificano grandi narrazioni costruite sulle percentuali.
-
L’impegno NATO deve essere valutato insieme al suo costo opportunità. Il nuovo obiettivo concordato nel 2025 arriva al 5% del PIL entro il 2035, includendo 3,5% di difesa in senso stretto e fino all’1,5% di spesa più ampia per sicurezza e resilienza.
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Il rapporto privilegiato costruito da Meloni con Trump nel 2025 ha garantito un accesso diplomatico notevole, ma la guerra contro l’Iran nel 2026 ne ha mostrato i limiti in termini di influenza.
-
Sull’Iran l’Italia non può essere descritta né come completamente estranea né, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, come partecipante diretta agli attacchi: il governo dichiara di avere autorizzato attività tecniche e logistiche non cinetiche ma di avere respinto richieste operative ulteriori.
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Per i casi giudiziari che coinvolgono esponenti politici bisogna distinguere rigorosamente responsabilità penale e responsabilità politica. Il parametro pertinente per quest’ultima è lo standard di trasparenza e accountability applicato dalla maggioranza.
Cosa non sappiamo
Molti risultati osservati durante il governo Meloni non possono essere attribuiti causalmente a una singola politica.
La crescita dell’occupazione incorpora effetti della ripresa post-pandemica, del PNRR, degli investimenti avviati negli anni precedenti e della trasformazione demografica del mercato del lavoro.
Allo stesso modo, i flussi migratori dipendono da fattori geopolitici e dalle politiche dei Paesi di transito oltre che dalle decisioni italiane.
Non sappiamo ancora quale sarà il costo effettivo della nuova traiettoria NATO né quali benefici di sicurezza produrrà nel prossimo decennio.
La guerra con l’Iran è inoltre ancora troppo recente per valutare l’effetto duraturo sul rapporto Italia-Stati Uniti.
Infine, indagini, procedimenti giudiziari e controversie parlamentari in corso non devono essere utilizzati per anticipare conclusioni giudiziarie che spettano esclusivamente agli organi competenti.
Fonti e dati
- ISTAT — mercato del lavoro, retribuzioni, povertà, demografia, finanza pubblica e statistiche sugli omicidi.
- Eurostat — occupazione e confronti europei.
- Ministero dell’Interno — cruscotti statistici sugli sbarchi.
- NATO — Defence Expenditure Reports e decisioni del Summit dell’Aia.
- Presidenza del Consiglio dei ministri — comunicati e dichiarazioni ufficiali di politica estera.
- White House — dichiarazioni congiunte Italia-Stati Uniti.
- Parlamento italiano — atti, votazioni e documentazione relativa alle politiche fiscali, migratorie e ai casi istituzionali discussi.
- Reuters e principali agenzie internazionali — ricostruzione cronologica delle relazioni Italia-USA durante la crisi iraniana.